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Chi ha rubato il mio talento?

atleta allo start

“Il primo grande demotivatore è il mito del talento, sempre più diffuso nella nostra società” Pietro Trabucchi

Una credenza limitante: i più bravi riescono senza impegno.

A scuola, al lavoro o durante il tempo libero, spesso le persone smettono di applicarsi in una materia o ambito prematuramente perché danno un significato particolare alla relazione tra impegno necessario e abilità. Per la psicologa Angelica Moè, che si occupa di motivazione, non di rado le forme di “ritiro dall’impegno” seguono un certo tipo di credenza, detta modalità statica. “I bravi in qualcosa riescono senza impegnarsi, e se mi impegno molto dimostro che sono incapace”. I più bravi in un ambito sono ritenuti quindi fortunati perché hanno buoni geni e non si devono impegnare tanto quanto i meno dotati per natura. Tale credenza limitante può portare a fare confronti sterili con altri più abili. Infatti non si saprà mai con certezza quante ore questi si sono applicati, il metodo e il tipo di strategie per superare le difficoltà e gli errori.

Favorire l’apprendimento continuo: la “modalità di crescita”.

Lo psicologo sportivo Pietro Trabucchi, autore di Perseverare è umano, nota: “credere ciecamente che il nostro destino sia determinato dalle predisposizioni naturali o dai geni conduce alla passività e alla rassegnazione. Un uso troppo semplicistico e distorto della genetica contribuisce a rinforzare questa mentalità”.

All’opposto apprendiamo dalla Moè che c’è una credenza più utile per lo sviluppo delle nostre abilità, detta “modalità di crescita” per cui si fanno dei pensieri del tipo “più mi impegno e più divento bravo”.

Ci sono età critiche in cui l’abilità raggiunta in certi sport è molto vincolante e risente di una certa componente genetica (con il dovuto intenso allenamento). Per tante altre abilità la genetica e l’età critica contano molto di meno ed esse si sviluppano per tutta la vita. Ne sono esempi l’ascolto e l’intelligenza emotiva, l’imparare un mestiere o una materia, saper gestire un negozio, una squadra di lavoro, un portafoglio clienti, scrivere un libro, etc.

L’apprendimento tra geni e stimoli ambientali.

Non possiamo escludere delle predisposizioni genetiche favorevoli, come una buona coordinazione motoria che si sviluppa più precocemente in alcuni bambini. O il fatto che alcuni imparino a parlare prima di altri rivelando una certa abilità linguistica. Anche in questi casi però è difficile escludere le influenze del contesto e il tipo di interazioni che hanno con i loro genitori durante la crescita (e il tipo di giochi e giocattoli). O un ambiente ricco di stimoli motori o linguistici, che possono favorire lo sviluppo di abilità del primo tipo piuttosto che del secondo. Assodato un certo ruolo dei geni nel favorire lo sviluppo di alcune caratteristiche, essi possono realmente bastare senza l’impegno e l’organizzazione?

Alla ricerca del talento naturale e la teoria delle 10000 ore.

Lo psicologo Anders Ericsson e i suoi colleghi, in uno studio degli anni ’90 nell’elitaria Accademia Musicale di Berlino, con l’aiuto dei professori divisero i violinisti in tre gruppi. Nel primo c’erano le “stelle”, possibili futuri musicisti di fama internazionale. Il secondo gruppo era quello dei “bravissimi”. Nel terzo c’erano quelli “bravi” ma che avevano meno possibilità di diventare professionisti. Tutti dichiararono di aver cominciato più o meno alla stessa età, intorno ai 5 anni. Tutti dichiararono che nei primi anni avevano suonato circa 2-3 ore alla settimana. Le differenze nelle ore di esercizio erano emerse intorno agli 8 anni. I violinisti del primo gruppo avevano cominciato a suonare più degli altri: da 6 ore a settimana a 9 anni, fino a superare le 30 ore a 20 anni. A quell’età i migliori musicisti selezionati avevano accumulato almeno 10000 ore di pratica. Quelli del secondo gruppo circa 8000. Quelli del terzo meno di 4000.

Le 10000 ore di pratica raggiunta nei migliori esecutori fu osservato anche studiando i pianisti. Da qui la “teoria delle 10000” ore di Gladwell, dopo le quali si dovrebbero raggiungere alti livelli in ogni ambito.

Per Ericsson capita anche che i praticanti da 20 anni in un ambito possano essere meno bravi di quelli che praticano da 5 se non hanno continui obiettivi di miglioramento. Questi ultimi fanno parte di quella che chiama “pratica deliberata” o intenzionale.

Fortuna o preparazione e sacrifici? Il caso di Maradona.

Il sociologo Malcolm Gladwell, nel libro Fuoriclasse. Storia naturale del successo, nota: la cosa che colpisce nello studio di Ericsson e colleghi è che non riuscirono a trovare un solo musicista “dotato per natura”. Nessuno era approdato ai massimi livelli esercitandosi per una frazione di tempo rispetto ai suoi pari.

Prendiamo come esempio uno dei più grandi campioni di calcio di tutti i tempi, Diego Armando Maradona. Dovremmo aspettarci, in base alla teoria del talento innato, che si sia allenato in proporzione molto minore rispetto ai suoi coetanei. Nella sua autobiografia, Io sono el Diego, leggiamo che da bambino dopo la scuola giocava con i suoi amici a calcio, dalle cinque del pomeriggio fino all’ora di cena. E per tutto il giorno il sabato e la domenica. Dopo cena giocava ancora fino al giungere della notte, in situazione di luminosità insufficiente. Con più di 40 ore/settimana si dovrebbero raggiungere le 10000 ore in meno di 5 anni.

In un’intervista dichiarò che giocare tante ore al buio lo aveva aiutato ad avere una coordinazione nel campo di giorno molto migliore. Dichiarò inoltre che quando la madre lo mandava a fare commissioni, ci andava palleggiando con qualsiasi oggetto simile ad una palla. Amava tanto giocare a pallone (il primo gli fu regalato a tre anni) che tutto per lui era in funzione di esso.

L’odio/amore per il tennis di Agassi e l’allenamento mirato.

Esaminiamo un altro campione, uno dei massimi tennisti di tutti i tempi, Andre Agassi (Open. La mia storia). Scopriamo che il padre gli mise sin da neonato una palla da tennis appesa a una racchetta di legno sopra la culla per rendergli naturale il movimento della palla che va incontro al giocatore. Il padre aveva letto che i primi muscoli a svilupparsi sono quelli oculari. A sette anni l’allenamento tipico consisteva nel colpire 2500 palline al giorno lanciate ad alta velocità da una macchina (17500 la settimana, quasi 1 milione all’anno).

È difficile sostenere per i due campioni citati la tesi dell’esercizio scarso rispetto ai pari o di una vita “facile”. Chi li osservava da ragazzini poteva dire che erano “talenti naturali”, senza sapere che avevano già accumulato migliaia di ore di allenamento.

Ancora con le parole di Gladwell: “più gli psicologi esaminano la carriera delle persone dotate, più sembra che la preparazione giochi un ruolo prevalente rispetto al talento innato”.

Superare le credenze limitanti e far fruttare le proprie risorse.

Nella vita quotidiana, nello studio come nel lavoro alla maggior parte delle persone non interessa il problema di come riconoscere un genio o un campione, o come diventare tale. Probabilmente desiderano “giocare le proprie carte” al meglio per ottenere i risultati migliori in ciò che fanno, ottenere una certa qualità di vita e benessere e far vivere i propri familiari nelle condizioni migliori. Ciò che possiamo realizzare è dovuto in parti variabili ai geni, al contesto, a strategie e metodi, ai nostri mentori e alle credenze. Non possiamo cambiare i geni, ma sicuramente i contesti in cui muoverci e vivere, le persone e i mentori da frequentare e le nostre credenze. E il modo in cui affrontiamo fatica, paura, difficoltà.

Forse il migliore amico che abbiamo per sviluppare al meglio i nostri talenti e le nostre potenzialità è un atteggiamento di curiosità ad ogni età. Questo veicola la passione che aiuta a superare la fatica e ci può far superare certe credenze limitanti, favorendo il continuo apprendimento.

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